ZERO ARCHIVIO

 

LA MIA  ZEROFOLLIA

Aprile  2006

 

Mariangela Travagliati intervista Daniela Tuscano (Perla Rossa)

 

 1)      Renato Zero: inizia da dove vuoi…

Sicuramente, grazie alla passione per Renato, ho conosciuto persone interessanti, un po’ particolari, un po’ strane, che però tenevano molto all’amicizia; erano anche, come si diceva un tempo, “impegnate”: devi infatti sapere che quando ho cominciato a seguirlo era il 1976, anni ancora “caldi”, poi c’è stato il famigerato Settantasette, il terrorismo, e lì tutti si sono risvegliati – è stato un pessimo risveglio – da quel sogno di libertà e di poesia nato nel ’68. Comunque, a parte ciò… in quegli anni Renato era un cosiddetto emergente: aveva pubblicato un disco – Trapezio – che pare fosse finalmente entrato in classifica. Però, forse a Roma aveva avuto più risonanza, perché lui aveva un pubblico più del centro-sud… io a Milano ero molto isolata, non sapevo assolutamente come fare per rintracciare qualche fan di questo benedetto uomo, nella mia scuola non lo conosceva nessuno.

All’epoca avevo quasi 12 anni: una canzone mi aveva colpita, il brano trainante dell’album:  Madame. Il testo mi sembrava misterioso e intrigante; in una parola, mi sedusse. Non ne conoscevo l’interprete, che parlava di sesso in maniera molto franca, però, nonostante ciò, sapeva essere, come dire?, dolce, spregiudicato ma… paritario. Insomma il suo non era il solito modo con cui gli uomini affrontano questi temi, e non si poneva nemmeno come Cocciante: anche quest’ultimo usava termini molto crudi e diretti, ma a parer mio (e non solo mio, per la verità) offensivi verso le donne. Dietro la sua canzone [Bella senz’anima] si ribadiva, con un vocabolario solo più moderno, l’eterno stereotipo della donna traditrice, da punire con mezzi anche brutali, quasi una giustificazione delle violenze domestiche (e nel Tagliacarte, sempre di Cocciante, i toni erano assai simili). Con Madame, invece, non accadde. Renato aveva dato la descrizione di questa persona particolare, diversa, questa prostituta sdentata ecc. Poi c’era dell’altro… io avevo sentito solo la voce, non sapevo come fosse fatto lui: e sbagliai clamorosamente perché immaginavo un tipo alla Pappalardo, un marinaio con la canottiera! Mi figuravo, quindi, un macho, benché poi, per completezza d’informazione… pensassi a un marinaio come Querelle di Fassbinder, mi hai capita, no? [risate]… poi, quando ho visto quel tipino così magro, capelli lunghi ecc., sono rimasta ancor più sconvolta: in senso positivo, beninteso! E ancor di più si faceva urgente l’esigenza di trovare persone con cui condividere quest’esperienza.

 

 

  2)      Perché era così importante trovare delle persone con cui condividere quest’esperienza?

Perché lui aveva toccato certe mie corde sensibili e intime che non credevo di possedere. Dall’anno precedente avevo cominciato a seguire i cantautori classici: De Gregori, Guccini, Bennato, che mi piacevano moltissimo e mi piacciono ancor oggi. Ma Renato Zero aveva qualcosa di più: non si tratta di maggiore o minor bravura, ma proprio di quel “terremoto interiore” che mi aveva provocato.

Anche se mi rendo conto che è difficile spiegare un amore… tento di fissare alcuni punti. Quanto alle relazioni amorose e alla sessualità, gli ambienti che frequentavo allora, di sinistra, erano piuttosto puritani, quasi come i cattolici. I problemi inerenti all’intimo erano considerati “orpello borghese”. Si diceva che tutto doveva essere collettivo: l’unico partito che allora faceva discorsi di questo tipo era il Partito radicale (di Pannella, che peraltro Renato votava in quegli anni). Il Pr si era battuto per il divorzio, si batteva per l’aborto e si batteva per gli omosessuali. Pur non nutrendo una grande simpatia, o affinità, con questa formazione politica, ma allora la seguii con un certo interesse, proprio perché gli altri non davano il giusto peso a temi per me importanti.

Io trovavo molto urgente spostare la riflessione sul personale, che non rimanesse soltanto in noi, certo; non era una cosa individuale… però avvertivo dentro di me che se non ci si comprendeva, se non ci si conosceva noi stessi e non ci si relazionava bene con l’altro sesso o comunque tra di noi, era impossibile poi andare a fare battaglie per il sociale e per tutto il resto… E l’unico artista che parlava di tutte queste cose, in modo originale e anche molto popolaresco, se vuoi, era proprio Renato Zero.

Poi c’era anche il fatto, per me indispensabile, che i brani di Renato Zero  mi sembravano anche…  inclusivi. Nel senso che, dopo aver ascoltato per intero l’album, ebbi l’impressione fosse un artista gay, o in ogni caso sensibile a questo argomento…

 

3) Questo prima ancora di vederlo fisicamente?

Ma certo. Bastavano le canzoni… Io l’avevo visto solo sulla copertina dell’album, ma in scena, mai. Sulla copertina dell’album ha i capelli lunghi, non so, tu ce l’hai Trapezio?

 

 

4) Avevo un vecchio disco.

Comunque, aveva queste ali dietro, ma ti posso assicurare che non ci ho fatto un gran caso. Così come mi sono altamente infischiata dei quattro ragazzotti truccati che gli stavano alle spalle. E sì che mia cugina me lo aveva fatto notare, tutta scandalizzata: ma non vedi che sono uomini col fondotinta? Ebbene, sì, avevano il fondotinta, anzi il cerone, anzi la biacca, ma non ci vedevo proprio nulla di strano. Che male facevano? E poi, la moda maschile era così deprimente in quei tempi!... [risate]

Quanto a Renato, portava i capelli lunghi, che erano senza dubbio un segno visibile di ribellione allo status symbol, ma quest’ultimo non l’ho mai filato, mi piacevano i capelloni, come si diceva allora: e dunque, di capelloni ce n’erano 50.000, e da quel lato Renato non poteva scandalizzarmi.

La differenza stava nel modo di porgere le canzoni, e nei testi delle stesse. Parlando di omosessualità non c’era un brano specifico, ma questo è stato ancor più dirompente, perché  il fatto di non limitare la questione a un unico pezzo ma di profonderla, così, a piene mani un po’ dappertutto, sia con accenni, sia con chiari riferimenti, contribuiva ad accrescerne l’importanza e la dimensione universale: un lato ineludibile della personalità umana, non relegato a singoli individui. Probabilmente per questi motivi ne fui avvinta. Renato parlava della persona, senza aggettivi, e in tal senso poco importava se quella persona fosse etero o no. Contava l’amore. Era questo il suo pregio, riuscire a valorizzare ogni amore, e renderlo credibile e condivisibile. L’ho sempre visto naturale, come poi avrei spiegato nel mio articolo Oltre ogni limite che considero il mio più appassionato contributo alla zerofollia… [sorriso] Quindi, nella mia realtà di donna, non potevo sentirmi esclusa da un discorso simile, anzi... Pochi però, soprattutto all’inizio, lo compresero. Nel 1974 infatti, incredibile ma vero, Renato Zero era considerato un cantante di élite. Era il periodo di Invenzioni, e i pochi giornali che ne parlavano lo definivano appunto un artista per pochi, e proprio perché parlava fra l’altro di omosessualità, in un brano addirittura (fantastico, uno dei migliori in assoluto della sua fortunata carriera) di pedofilia: come se non si trattasse di argomenti che riguardano tutti! Ma se ancora adesso persiste un certo tipo di mentalità, provinciale e ignorante, figurati allora.

In secondo luogo mi piaceva il modo che lui aveva di rivolgersi alle donne e che penso usi anche nella vita -  di là da certe dichiarazioni imbarazzanti, ma sappiamo che Renato Zero non se la cava molto bene con l’italiano, meglio che canti [risate] –. Ho sempre percepito in lui un’anima molto femminile, che non vuol dire effeminata.

Un altro simile a lui in tal senso era Tenco, che in Vedrai vedrai pronunciava una significativa frase: “non son finito sai”, molto vicina al “non sono quello che non vince mai” di Renato Zero nella canzone Regina. Sono due splendide ammissioni di fragilità e di umiltà da parte dei maschi, uniche nel loro genere.

 

 

5) Fra l’altro mi sembra che poi Renato Zero abbia ripreso la canzone di Tenco…

Sì, nel 2000. Infatti sia la già citata Vedrai vedrai sia Lontano lontano potevano essere tranquillamente state scritte anche da lui. Ecco alcune ragioni del mio amore sviscerato… [sorriso]

Le persone che poi ho cercato, per tornare al discorso di prima, i primi fan di Renato Zero che ho conosciuto, contrariamente a oggi, erano tutti maschi.

 

6)      Dove li hai conosciuti? Come li hai trovati?

Attraverso annunci di una rivista che allora andava molto di moda, “Nuovo Sound”. “Nuovo Sound” era il giornale degli adolescenti di allora. Sono molto affezionata anche a “Best”, della stessa casa editrice, dove trovai la mia prima corrispondente zerofolle. “Nuovo Sound” era un mensile (ma è stato anche quindicinale). Naturalmente c’era anche “Ciao 2001” , altra testata storica, però “Ciao 2001” – a parte che aveva una veste grafica che mi piaceva poco, perché io sono piuttosto sensibile, come tutte le Bilance, al lato estetico – era un po’ più sbilanciato verso il cantautorato “impegnato”: De André, Guccini, Lolli, Venditti. Di Renato Zero parlava meno e, di conseguenza, lo acquistavo più di rado.

 

 

 

7)      Scusa, io sono ignorante in queste cose: “Nuovo Sound” era una rivista a diffusione regionale, nazionale…?

Era a diffusione nazionale; non si trovava dappertutto, ma a Milano sì, è evidente. “Nuovo Sound” era stampato a Roma, e ci lavoravano giornalisti che poi hanno fatto una certa carriera come autori tv, penso a Raffaello Carabini. Anche “Ciao 2001” era una testata romana...

 

 

8)      Comunque erano riviste musicali?

Sì, certo. E da quelle pagine cominciai a mandare qualche annuncio assolutamente disperato, del tipo “o trovo qualche fan di Zero, o mi uccido”. [risate] Renato Zero l’anno dopo [1977] esplose con una canzone che io considero uno dei suoi capolavori e che forse non è stata del tutto capita e che io trovo attualissima, Mi vendo: diventò popolare, ma pochi lo comprendevano, i giudizi su di lui erano spesso perfidi, oltre a dimostrare una disarmante incompetenza. Si parlava solo del suo modo di porsi in scena, e puoi immaginare in quali termini. La cosa per me più interessante (e divertente), fu la prima volta che riuscii a vederlo in tv. Era il Capodanno del 1978, la trasmissione s’intitolava Buon anno e lui si presentò per ultimo, quando ormai stavo languendo nella disperazione più totale. [risate] Non avevo neanche 14 anni e mi trovavo a Sanremo, presso degli zii ricchi che possedevano un apparecchio a colori. Così potei ammirarlo in tutto il suo splendore. Renato arrivò in tutina blu molto aderente, con uno spacco a losanga davanti, un manto azzurro e un trucco favoloso: mi parve di vedere un angelo.

Diciamo che lì me ne sono definitivamente innamorata, proprio nell’esatto istante in cui l’ho visto. E però, frizzi e lazzi che non ti dico da parte dei miei genitori, anzi, soprattutto da mio padre… e dai famigerati zii. Speravo di trovare degli accoliti almeno fra i miei compagni di classe ma sarà che ero in collegio, sarà stata la mentalità dominante, ma quei ragazzi si dimostrarono ancor più retrogradi di mio padre. Perciò fui spinta a scrivere a “Nuovo Sound”, proprio come i cuori solitari, e lì ho finalmente trovato risposte.

 

9)      Come hai formulato il messaggio, come hai agganciato altri fan?

Mah… niente di trascendentale, zeromatti, zeromani – perché non c’erano i sorcini, questi sono venuti negli anni ’80 – vi cerco in ogni dove per parlare di Renato, ecco, tre o quattro righe. Avevo messo il numero di telefono, perché allora non c’erano le mail: al punto che mio padre si arrabbiò molto, diceva – non a torto, devo ammetterlo – che diffondevo i dati di casa a sconosciuti. Sta di fatto che, a partire da quel momento, finalmente conobbi questi strani individui, questi strani personaggi che, agli inizi, erano tutti maschi. E tutti gay, più grandi di me. Ne rammento in particolare uno, si chiamava Edgardo e aveva un anno meno di Renato: io gli facevo un “filo” spudorato, lo consideravo l’uomo dei sogni, veramente un essere piovuto sulla Terra da una lontana galassia. Insomma, Ziggy Stardust esisteva e viveva in mezzo a noi! Parlo proprio degli esordi. Molti si vestivano come Renato. Poi arrivarono le ragazze: stesso discorso. Erano completamente “partite”! Una di loro mi confidò persino che apparteneva a un gruppo di travestiti vergini per scelta, per dimostrare cioè alla società che loro, quelli che venivano definiti “perversi”, in realtà erano i puri… capito che roba? [risate]

 

10)  Quando hai conosciuto questi zeromani cosa facevate? Vi incontravate?

Ci si dava appuntamento; chiaramente io non c’ero quasi mai, perché, ripeto, ero molto piccola, dovevano accompagnarmi i miei, anche se a volte riuscivo a “barare”; e davanti a quelle facce poco raccomandabili… [risate] A me piacevano molto, ma a mio padre molto meno, tanto che una sera mi aveva addirittura fatto il discorso serio. Mi chiese, indicando Renato: “Perché ti piace quest’uomo?”, “Tu non puoi seguire tipi così”, e figuriamoci, parlava di uno sconosciuto; se avessi portato a casa un tipo concreto, come poi ho anche fatto, mi sono fidanzata pure con un gay, amore travolgente e lungo, siamo rimasti ottimi amici anche se lui ora… beh… [risate], dovevo inventarmi delle palle assurde... Però era molto diverso da adesso, nel senso che ci ponevamo domande… eravamo sì innamorati di Renato, ma non lo vedevamo come una specie di messia, di idolo; per noi era un amico, anche se indubbiamente “superiore” e carismatico. Lui stesso favoriva questa sensazione, era molto disponibile, aperto… Poi qualche volta qualcuno lo contestava anche in maniera piuttosto feroce, perché Renato Zero ha sempre avuto in sé un fondo conservatore che talora non riusciva né voleva trattenere…

 

 

 

 

11)  Un fondo conservatore…

Sì, io ritengo che ce l’abbia, non è una cosa negativa in sé, anzi… i veri contestatori hanno a cuore il passato. Senza dubbio con gli anni questo lato si sarebbe molto accentuato, però già allora ogni tanto traspariva… lui per esempio nel 1973 aveva scritto Sogni nel buio, una dura denuncia dell’aborto. Ne era proprio convinto, non da moralista invero, ma con accenti piuttosto pasoliniani… semplificati. Quindi, popolani. Poiché chi lo seguiva gravitava in genere nell’area libertaria, queste prese di posizione facevano scalpore, ne ricordo anche una contro il punk… loro non vedevano un Renato Zero vicino a queste cose, ma si rispecchiavano in altre, senza dubbio parti fondanti del suo essere artista e forse della sua persona, soprattutto le esibizioni veramente… hard di quel periodo. In realtà una cosa non esclude l’altra, in Zero. Per quanto riguarda poi la questione dell’ambiguità – che a me non piace come parola, la uso per comodità – io penso che allora avesse un effetto progressivo, perché la cultura dominante operava una rigida distinzione tra gli uomini e le donne, tra il “maschile” e il “femminile”. Sembra strano, perché io non sono certo vecchia, però i costumi da questo punto di vista si sono evoluti con molta rapidità. E di ciò in Italia, con tutti i limiti e le contraddizioni del caso, dobbiamo ringraziare Renato Zero. Noi tutti, eterosessuali e omosessuali. Quanto a questi ultimi, beh, difficilmente si definivano tali; copiavano un po’ quello che diceva Renato. Lui peraltro in quegli anni, anche nelle interviste (ne ricordo una favolosa, a “Popster”, che devi recuperare assolutamente, il mio amico giornalista Francesco Belais l’ha giustamente definita “illuminata”, altro che concerto dal Papa…), anche nelle interviste affrontava il tema in modo più diretto, senza troppi giri di parole…

 

12)  Ricordo che una volta lessi l’articolo di un giornalista che criticava Renato Zero perché, se da un lato si “vendeva” e scusami il termine, come paladino degli omosessuali, dall’altro lato però sembrava che vivesse con una donna; questa e altre contraddizioni venivano criticate e lo si riteneva un artista ipocrita.

Eh, vicenda annosa… sulla presunta ipocrisia di Zero si potrebbero scrivere tre libri, e altrettanti per scagionarlo [risate], Lucy [ex-fidanzata di Zero] è stata la sua musa, l’ho sempre tranquillamente accettata, Inventi era per lei, ma poi entreremmo nel privato… e io non voglio occuparmene. Ma un uomo come Renato Zero sfugge alle classificazioni troppo semplici; aggiungo che, volessi essere un po’ severa, liquiderei la questione con due parole in siciliano [risatina sardonica], ma parliamo del personaggio che ha creato, e allora sarò esauriente… fin troppo. [risate] E dunque lui, con questa cosa, ci ha giocato con una maestria che raramente ho avuto modo di riscontrare… e da tempo ho smesso di credere a certe sue storielle, ma ci sono anche delle verità.

L’arma dell’ambiguità (nella sua accezione deleteria) si è rivelata utilissima a Renato Zero perché è servita per farsi accettare un po’ da tutti: sapere e non sapere è una cosa che lascia comunque il beneficio del dubbio, e tiene desta la curiosità sul personaggio. È quanto gli rimproverò aspramente Gianfranco Manfredi in un testo in cui lo presentava come la versione riveduta e corretta della beghina – io non ho mai perdonato Manfredi per queste parole, tuttavia… -. Mentre all’inizio degli anni ’70 l’ambiguità, per me solo apparente ma questo è un altro discorso, ha contribuito (non so fino a che punto volontariamente, perché comunque un artista vero l’artista scrive per sé, non per il pubblico, guai se Dante avesse pensato “chissà che effetto fa”) a “sprovincializzare” i costumi e a infondere coraggio e consapevolezza in soggetti altrimenti molto vulnerabili.

È significativo che in una mostra dedicata ai ’70, alla Triennale di Milano, avessero esposto anche la foto di Renato Zero con gli occhiali neri a farfalla che portava ai tempi di EroZero.

I ragazzi gay, allora, non disponevano di molti luoghi di aggregazione che non fossero ambienti francamente squallidi, che certo non meritavano. Un lavoro in questa direzione, molto basato sulla lotta politica come quelle portate avanti dalla sinistra extraparlamentare, era condotto dal Fuori, piccolo gruppo agguerrito che si può definire l’antesignano del movimento gay in Italia. Per la maggioranza, il vuoto. Già il porsi come Renato, dicendo al benpensante “tu non puoi definirmi, non puoi etichettarmi”, era spiazzante, era un primo passo per la rivendicazione della propria dignità di persona completa… Una volta, infatti, l’omosessuale  era quello che andava nelle fratte, e basta. Quindi, da quel punto di vista lì, ripetendo che “no, noi siamo molto di più, siamo molto al di sopra”, esattamente come diceva Renato, sono comunque riusciti a stimolare almeno alla riflessione, a non fermarsi alle apparenze; ed è pure servito per aprirsi un po’ di più agli altri, ad occuparsi di altre cose e a non ripiegarsi narcisisticamente in sé.

Renato insomma facilitò, all’inizio, alcune delle nostre migliori qualità, ed è un merito che gli va ascritto anche di là dai suoi difetti e/o colpe.

 

 

 

13)  Credi che Renato Zero abbia potuto aiutare dei ragazzi, magari anche adolescenti a fare, come si dice oggi, outing?

Coming out. Sì, ne sono convinta; anzi, un mio carissimo amico mi ha confidato: “Se non ci fosse stato lui, in quel periodo ero veramente solo”. Molti si sono dichiarati anche grazie alla forza infusa loro dalle canzoni di Zero e sono quelli che, in seguito, hanno provato risentimento – giustificato, va riconosciuto – verso il cantante. Come, tu mi hai spinto ad aprirmi e poi ti tiri indietro e mi rinneghi, dicono. Non mi sembra che l’ultimo Zero abbia prestato sufficiente attenzione a questi ragazzi… per esempio, rammento che in una trasmissione del 1982 rispose a un giovane gay, Alessio, che gli rimproverava (con ragione e con dolore) i suoi voltafaccia e le sue nebulosità, e Renato se la cavò dicendo una cosa che di per sé era vera, ma che, se confrontata col suo comportamento generale, non risolveva la questione. Renato cioè affermò che non bisognava aspettarsi tutto da lui, e su questo concordo pure io, solo che al tempo stesso lui alimentava questa “dipendenza” e faceva sorgere speranze, attese. In ogni caso, affrontò pubblicamente quel ragazzo. Oggi non lo farebbe più.

Comunque grazie a lui, al Renato di un tempo, ho fatto anch’io il mio coming out, nel senso che ho ricevuto la sollecitazione a non accontentarmi mai, a non scendere a compromessi e a chiedere quello che davvero desideravo nella relazione, nelle persone, qualcosa che andasse un po’ al di là della pura formalità.

E questo era il lato serio, e positivo, e stimolante, dell’“ambiguità”… in quel periodo lì, poi, in Italia emersero altri personaggi un po’ sulla scia di Zero, con decisamente minor talento, come Cristiano Malgioglio, o come Amanda Lear, intelligentissima donna ma cantante assai modesta, e altri personaggi, ora perduti ma che mi piace ricordare: per esempio Miro, che pubblicò un disco intitolato Oh no dottore e si presentò in scena con la barba verde. A chi gli chiedeva il perché di quella scelta bislacca, l’artista rispose: “Perché la musica è colore”. Lo stesso cantautore Malgioglio diceva di sé: “Io non sono gay, sono ambiguo”. Non si è mai dichiarato espressamente, anche se lo sanno pure i sassi, però, ecco, “ambiguità” era una sorta di apriti sesamo, di grimaldello magico.

Adesso sembrano cose assurde, però devi capire che negli anni ’70 una cosa del genere era veramente… a parte il fatto che nella Rai e nella Mediaset attuali penso proprio non ci sarebbe ancora posto per un Renato Zero stile-Mi vendo.  Ospitano una Platinette perché, in fondo, non fa sobbalzare nessuno. Ma Renato… Fra l’altro mi è capitato di leggere poco tempo fa un interessante articolo intitolato più o meno Quando la Rai era travestita. Approfittando dell’ingenuità dei tempi, si diceva, personaggi come Zero e altri riuscirono a far entrare nelle nostre timorate case il fascino indiscreto del proibito. Quello autentico, genuino.

Rivedendo oggi certe sue foto, dico che ha avuto un bel coraggio a presentarsi così conciato: sembrava proprio una baiadera! [risate] Eppure c’era chi si incaponiva a non capire: cito un tal Marco Rosati, sorcino razzista, il quale si mise a inveire in modo indecente dalle pagine di un giornale, “Contro”, all’indirizzo del povero Dario Bellezza, il quale aveva osato affermare che a parer suo Renato era gay. “Gay sarà Bellezza!” sbraitò Rosati indignato, come se al suo beniamino avessero dato del delinquente. E poi, l’affermazione idiotissima: “Portatemi qui una donna vestita come Renato Zero e allora crederò che lui si veste da donna…”. Lo so, è inconcepibile, eppure è accaduto; d’altro canto al tempo del nazismo molti erano pronti a giurare che Hitler fosse biondo: lo vedevano così. Ma sulle allucinazioni collettive degli invasati tornerò più tardi.

Se si vuole parlare delle contraddittorietà e/o delle sfaccettature del personaggio, e dell’uomo, il campo è vastissimo. Renato può benissimo aver inaugurato una terza via, per aver le mani libere, né essere incasellato, e può darsi sia una sua dote personale, anche per poter entrare, che so, a Domenica In piuttosto che non nel concerto dal Papa, piuttosto che non altre cose…

Io, te l’ho detto, trovo che questo suo comportamento abbia procurato dei benefici, ma che si sia rivelato pure negativo.

 

14)  Una cosa: il fatto che all’inizio giocasse anche scenograficamente con questa ambiguità, può essere una possibile spiegazione del suo avere come primi fan solo maschi?

Sì, certamente.

 

15)  E le donne: quando sono entrate nel seguito di Renato Zero?

Subito dopo, all’inizio eravamo in pochine, ma poi sono arrivate. Ripeto nel 1977-78 erano maschi, dopo un po’, tempo qualche mese, si sono avvicinate le ragazze. Sempre più numerose e appassionate. Perché si sa, da che mondo è mondo la donna adora l’artista travestito, basti pensare agli svenimenti delle dame davanti alle esibizioni del castrato Farinelli, nel ‘700. Comunque è sempre stato un pubblico piuttosto misto.

 

16)  Cosa pensi della sua partecipazione in Vaticano?

Molto negativa.

 

17)  Molto negativa?

Allora, io non l’ho vista, quindi non posso giudicare l’interpretazione, può anche essere stata eccellente; Renato Zero lo voleva fare e non penso che sia l’ultima mossa in questa direzione, però si parlerà sicuramente di questo per parlare del discorso della fede… sì, vero?

 

 

 

18)  Io mi sono interessata a te quando lessi quel tuo articolo molto critico [Renato Zero, un pochino]...

Ma a me è dispiaciuto molto averlo scritto, non perché lo rinneghi, tutt’altro (toglierei solo il giudizio su Ave Maria, effettivamente ingeneroso), ma perché sono stata costretta a contestare le scelte artistiche di Renato; e ciò mi provoca sempre sofferenza. Per certi versi era una cosa un po’ ideologica. Naturalmente i sorcini mi hanno massacrato, perché per una parte del pubblico tutto quel che Renato fa, è Vangelo. Sono sicura che se fossero qui adesso… Altri invece, di solito (ma non necessariamente) ammiratori di lungo corso, mi hanno dato ragione, o comunque si sono detti disposti a scambiare opinioni anche contrastanti, com’è giusto che sia.

Ho detto “di solito”, perché io mantengo rapporti anche con ragazzi di 17-18 anni coi quali mi trovo a meraviglia, mentre esistono 30-40enni insopportabili nel loro fanatismo cieco.

In altri termini, un certo numero di sorcini non ammette nessun tipo di civile critica, così come non tollera che si accosti Renato Zero all’omosessualità. Si mettono subito sulla difensiva. Doloroso paradosso per chi, volente o nolente, si è fatto portabandiera dei diseredati, vero? Però, secondo me, Renato stesso ci ha messo del suo per creare un po’ di scompiglio, come d’altronde è vero che di intolleranti ce ne sono sempre, quando il pubblico inizia a diventare numeroso. Ad ogni modo, non capisco cosa, e soprattutto chi ci sia da difendere: forse Renato? Ma se penso che una persona sia omosessuale, non la sto insultando; posso sbagliare, ma non la sto insultando. Se invece dico “tu, gay”, allora sì. Perché si parte dal presupposto che l’omosessualità sia qualcosa di vergognoso (una “macchia” da cui proteggersi, appunto). È chiaro che, voglio dire, siccome io parlo sempre dell’artista… escludere la tematica omosessuale dalle canzoni di Renato, è strappargli il cuore. Poi ci sono tante altre cose che ha fatto e che fa e tutto il discorso di prima e ci mancherebbe altro ma, se non ci si può limitare a questo, nemmeno lo si può cancellare. Ho sentito con queste orecchie dei sorcini affermare convinti che la canzone L’altra sponda non parlava di omosessuali (sì, buonanotte). E insistevano a tal punto che alla fine l’ho buttata sull’ironico: “Avete ragione, sono io che ho capito male, che sono una perversa. L’altra sponda descrive la solitudine dei traghettatori del Tevere: come ho fatto a non pensarci prima?”. [risate]

Non nascondo di nutrire una certa acredine verso queste persone, che viene da lontano ed è pienamente motivata; per contro, i moderatori del Forum di Zenzero, in particolare Monica e Anna, sono sempre stati carini con me e mi hanno fatto scrivere tutto quello che volevo. Che poi era quel che sto comunicando adesso a te.

 

19)  Perché – ti ho chiesto prima di Renato in Vaticano – ecco: questa sorta di riabilitazione? Secondo te come è nata?

Bella domanda, dovresti rivolgerla direttamente a Renato. Di sicuro lui ci teneva tanto. Ma come potrei risponderti io? Solo avanzando ipotesi, ricollegandomi all’articolo redatto…

 

20)  Infatti…

Io ho sempre trovato una grande religiosità nelle canzoni di Renato Zero, ed è una cosa che mi è sempre piaciuta molto, è stata una delle cose che mi ha fatto avvicinare a lui e non ad altri. Quelli che rappresentava lui, e che erano poi i diversi, gli emarginati, ecc. nell’idea comune erano tutta gente senza Dio, o che di queste cose se ne infischiava... Io invece ho sempre pensato che gli ingiustamente definiti  “diversi” (sarebbe interessante capire da chi),  hanno una madre, un padre, talvolta dei figli… in ogni caso, la famiglia è per tutti. Si tratta di sentimenti umani, e la religiosità fa parte dell’essere uomini (e donne). Anzi, io trovo che alcuni di loro siano più vicini a Dio, e poi lo affermava anche Gesù: le prostitute e i peccatori vengono prima dei giusti, nel Regno dei Cieli. Negli anni ’70, poi, nei confronti del tema “Dio” c’era una sorta di censura: in alcuni ambienti non lo si poteva nemmeno nominare, non era “in”, non faceva “cultura”. Per certe frange estremiste di presunta liberazione sessuale, poi, Dio era lo scandalo supremo, l’apoteosi dell’oscurantismo, il trionfo della reazione. Pensa a quanto ingiusto e miope ostracismo hanno dovuto subire Pasolini e Testori, anche da parte di chi meglio avrebbe dovuto capirli!

Da Pasolini a Renato Zero il passo… non è breve ma sono disposta a riconoscere a entrambi la sincerità di fondo. Renato ha dimostrato un indubbio coraggio ad affrontare anche questo tema, e in anni non sospetti, ed è un merito che gli va ascritto. Del resto è inevitabile per chi si occupi dell’”umano” a tutto tondo. Però io questa religiosità – e l’ho anche scritto – non l’ho trovata tanto, o solo, nei brani più espliciti; per esempio, per me Mi vendo è una canzone molto religiosa…

 

 

18) E’ strano…

Sì, però è molto religiosa, o forse è “soltanto” cristiana…  perché poi uno può essere ateo e nel contempo cristiano, perché il cristianesimo è un umanesimo, è l’integrità umana… anche nel caso di Mi vendo, lì era un prostituto felice, rabbiosamente felice – con l’aspirazione a qualcosa di superiore, di migliore. Anche se la canzone religiosa per eccellenza è senza dubbio Il cielo, non un semplice capolavoro, ma un capitolo a parte, un gioiello splendente e solitario nell’intera produzione zeriana. Renato ha composto tanti bellissimi pezzi ma quella è proprio l’ispirazione fatta musica.

Quindi ho sempre preso sul serio la sua religiosità. Lui la professava, perché dubitarne? Non poteva pertanto indignarmi la notizia che lui volesse scrivere una Messa, sogno che peraltro coltiva da una ventina d’anni. La cosa che mi ha infastidito tantissimo, invece, è che lui sia andato a cantare da questo Papa, che appena cinque giorni prima [il concerto in Vaticano fu registrato il 3 dicembre 2005, come riportato da un articolo del “Corriere della Sera”] aveva pubblicato un’istruzione contro i preti omosessuali. È uno che ha scritto una lettera nel 1986 che grida vendetta al cospetto di Dio. [tono alterato, rabbia] È uno che nel 1992 ha compilato un testo dove si chiedeva espressamente di togliere ai gay alcuni diritti civili fondamentali: diritto alla casa, diritto al lavoro, diritto a certi lavori se non altro, con la motivazione che legittimamente lo Stato può anche togliere diritti civili a pazzi o a malati contagiosi.

Allora io dico: tu, Zero, puoi non saperlo. Ma non dirmi che ignori la posizione generale della Chiesa in questo campo, la conosci anzi perfettamente, visto che ne hai parlato in un’intervista al “Corriere della Sera” per i tuoi cinquant’anni… Qui si parla semplicemente di rispetto per la persona. E tu ti esibisci da un papa come Ratzinger mentre rifiuti un’intervista a una testata gay?...

Renato Zero non ha preso le difese di una donna, Daniela Mercury, cacciata dal concerto in Vaticano per aver pubblicizzato il preservativo. Non solo: ha rilasciato un’intervista al “Corsera” che ha fatto soffrire molta gente, e ha provocato molte discussioni sul Forum, un tentativo (non riuscito) da parte del figlio Roberto di parare la falla, e ha suscitato l’ira di tantissimi gay.

I gay down che hanno il loro mondo… la sai, no, questa storia?

 

21)  No, non la so. Ma l’ha fatto per poter andare in Vaticano?

Allora, lui ha rilasciato un’intervista al “Corriere della Sera” – si badi bene, il “Corriere della Sera” e non “Novella 2000” -. Il giornalista, Paolo Conti mi pare, ha esordito osservando che la notizia di Renato Zero in Vaticano faceva un po’ rumore, anche a causa della dichiarata omosessualità del cantante – si riferiva a certe notizie apparse nel 2003 -. Comunque, il titolo dell’intervista non era assolutamente contro Zero, perché era intitolato: I gay, Dio non vuole ghetti, quindi, non era maldisposto nei confronti di Renato Zero. Dovresti però recuperarlo quell’articolo, vai su Google e lo trovi.

 

19) Lo recupererò senz’altro.

Ecco, poi Renato ha definito i gay “come i bimbi down, hanno il loro mondo, sensibilità acutissime” e cose così, insomma, ma dico: siamo matti? Questo è un insulto contro i gay, è un insulto contro i down, pronunciato proprio da quella persona che adesso si sente al di sopra delle parti. Sul preservativo pontifica che “può essere maligno. Se siamo veramente cristiani, dobbiamo cercare di comportarci come tali”. Poi una dichiarazione veramente irritante: “quelli che vogliono fare sesso a tutti i costi se sono sieropositivi” per poi chiosare, diciamo così, che nessuno deve discriminare nessuno. Ma: come ti permetti? E poi oltretutto, da che pulpito viene la predica!... Ma insomma, abbiamo dimenticato che durante il tour TuttoZero lui passeggiava sul palco con voce scheccante e con un grosso preservativo cinguettando: “questo è il mio amico palloncino…”?

So perfettamente che le intenzioni di Zero non volevano essere offensive. Ma certi svarioni non possono essere accettati, perché se io entro in classe e dico una cosa del genere, gli studenti mi ridono in faccia. Non sono Daniela Tuscano che parla in privato con qualcun altro e può dire tutto quello che vuole… Quindi, se tu ritieni di essere stato frainteso, poiché l’argomento è importante è tuo dovere rettificare: “Guardate che il mio pensiero è stato travisato”, piuttosto che ammettere, in sincerità e umiltà, “regà, e me so’ sbajato”, come quando disse “c’ho un male alle ovaie stasera…”. Qualsiasi cosa andava benissimo al posto di un assordante silenzio (è giunta in forma del tutto privata una sorta di rettifica di Rudy Zerbi, il cui unico scopo era però quello di informare tutti che Renato non aveva fatto coming out; sullo stesso tenore lo scritto di Roberto Anselmi [figlio adottivo di Zero], che qualcuno mise anche su gay.it, e articoli correlati, puoi visitare i link se lo desideri; quando il vecchio Forum era aperto li avevano riportati anche lì, ma ora da quella sede non sono più consultabili).

Anche perché, quando si è trattato di “difendersi” dall’”accusa” di omosessualità, nel 2003,  Renato Zero non ha lasciato trascorrere due-giorni-due.  Si è recato personalmente in tutti i tg o radio per precisare che era stato mal interpretato (ma c’è chi giura di no e comunque il testo completo si trova in “Gravità Zero”, raccolto da Alessandro Sgritta), perché lui non era incasellabile nelle solite categorie etero-gay, che era “tutto” e la solita litania… Ma in questo caso no, non l’ha fatto. Perché, tanto, non si parla del tuo? Perché comunque il tuo disco sta vendendo? Perché devi andare in Vaticano a fare bella figura?

Allora, voglio dire, due pesi e due misure non mi piacciono. E sulla pelle di chi? Sulla pelle di gente che per prima ha sostenuto Renato Zero e gli ha permesso di arrivare al successo. Perché se ora Zero piace a tutti, lo deve a questa gente qua, al “manipolo di disadattati” come li ha soavemente definiti, e non alle tranquille famiglie perbene che fino all’ultimo lo hanno visto come il diavolo, e alle quali lui ora forse (Dio non voglia) preferisce rivolgersi, i vecchi fans non gli bastano più... Non è giusto, no, non è giusto! [tono accorato] Con tutto quello che – ripeto – poi chiaramente anche i manager si sono arrabbiati, perché hanno detto che, insomma, “Sono i gay ad aver travisato, figuriamoci se Renato ce l’ha con loro” ma io posso capire tutta la sua buona fede, però è il modo che non mi è piaciuto.

Tutto quanto ha esasperato gli animi, da una parte e dall’altra, con Renato tranquillo nel suo empireo. E allora è chiaro che, davanti a certe esagerazioni… per quanto io possa avere rispetto per la fede di Renato Zero, non posso certamente considerarlo un esempio di cristianesimo. Non lo è lui come non lo sono io; per me un esempio di cristianesimo può essere Madre Teresa di Calcutta, padre Zanotelli… non Zero! Pertanto, è l’intero contesto in cui si è svolta la cosa che mi spinge a valutare negativamente la partecipazione in Vaticano. Invece a livello di prestigio l’immagine di Zero si è notevolmente accresciuta, anche se il Papa non ha ricevuto né lui, né gli altri artisti: ma non credo sia stata la sua ultima occasione, il modo per farsi applaudire dal Pontefice lo troverà, magari proprio con la Messa. Beninteso : se sarà bella, e sentita, l’applaudirò anch’io.

 

20)  Perché è così importante per Renato andare in Vaticano? E perché sta scrivendo una Messa Sacra?

Io non posso rispondere a questa domanda, si tratterà anche di retaggi familiari, lui aveva tre zii preti e questo può avere influito molto sulla sua formazione. Lui ha questo cattolicesimo molto tridentino… Il resto lo devi chiedere a lui, perché potrei essere un po’ maliziosa da questo punto di vista.

 

21)  Certo, ma diciamo: lui è sempre stato religioso, ma perché questa svolta, chiamiamola istituzionalizzazione: perché formalizzarla, secondo te?

Ma io non insisterei su questo punto, è un passaggio inevitabile… se arrivi a certe posizioni ti istituzionalizzi, cioè,  – a parte che uno non può fare il ribelle per tutta la vita e poi non è nemmeno giusto, diventa una professione anche quella, se ci pensiamo – , l’importante è non “istituzionalizzarsi” dentro, non troppo almeno.

Comunque su questo argomento nel 1993 Renato Zero aveva rilasciato una bellissima intervista ad “Avvenire”, che adesso si trova in Note su Dio della Elle Di Ci.

 

22)  Scusa, il 1993 fu quando cantò Ave Maria?

Ave Maria, sì, che io ho apprezzato. L’ho annoverata – sbagliando –  tra le canzoni “cattoliche”, però sono stata contenta che l’abbia scritta; anche se non si tratta, secondo me, della sua canzone migliore, in quel momento era giuste, e non era retorica. Cadeva in un momento in cui lui aveva scoperto questo impegno, poi voleva far riscoprire questa figura tanto cara alla devozione cattolica Lui la interpretò in maniera molto coinvolgente. Il suo fu un percorso assolutamente logico.

Per quanto poi riguarda la sua istituzionalizzazione, ripeto, capita un po’ a tutti e lui aveva detto che a forza di fare il rivoluzionario uno si stanca, parere sibillino se vogliamo, ma inteso positivamente può significare che anche l’atteggiarsi sempre a ribelle diventa una posa. A parte il fatto che a 30 anni sei in un modo, a 50 in un altro. O meglio, sei lo stesso ma ti evolvi. Se io mi comportassi come una quindicenne, sarei patetica… ma poi l’istituzione in sé, per apprezzarla la devi prima contestare… del resto l’istituzione attuale non è più quella di 20 anni fa. In ogni caso, l’una non sopravvive senza gli altri… Intendo: da una parte c’è lo Stato e dall’altra ci sono le istanze innovatrici… guai se non esistessero. Oggi tocca a me pungolare, domani sarà il tuo turno.  Adesso che sono un’insegnante dico sempre ai miei alunni “Io sono qua non perché voi diventiate come me, voi dovrete superarmi, io faccio un pezzo di strada per la conquista dei diritti civili, poi vi passerò il testimone”.

Lo stesso vale per Renato Zero. Non ci si deve aspettare tutto né da lui, né da altri. Lo ribadirò fino alla nausea: lui non sa o non vuole proseguire su una certa strada, o forse lo farà con mezzi diversi da quelli che ci aspettiamo. È un suo diritto, come è nostro approvarlo o criticarlo. Ma la libertà dev’essere garantita a tutti. Lui ha compiuto un certo tratto di cammino, funziona, ha funzionato? Benissimo. Più in là toccherà a qualcun altro. Purché non si bari, ecco. Se invece si considera Renato Zero come l’alfa e l’omega, o a nostra immagine e somiglianza... è una tentazione, antica, ma pur sempre una tentazione.

Quello che io gli dissi al “Corriere della Sera” nel maggio 2004 e che mi sembra lui avesse anche apprezzato era: “Ti ringrazio per avere stimolato in me quei talenti – ne parlavamo poc’anzi – però tu me li hai stimolati, non me li hai fatti venire”. Gli ho proprio detto così. E lui replicò: “Certo, certo”. Ma non sei stato tu, perché se io non li avessi avuti, non me li metteva nemmeno Gesù Cristo. Compito degli artisti è proprio essere sentinelle nella notte, perché magari uno non sa nemmeno di avere certi doni, e…

Pertanto, essendo Renato un artista, io da lui mi aspetterò sempre qualcosa; ti confesso che c’è stato un periodo in cui io sono stata molto male e ascoltavo solo le sue canzoni. Non mi hanno fatto uscire dalla depressione, si capisce, ma sicuramente mi hanno infuso speranza, quindi lui per me sarà sempre un punto di riferimento.  

Ma non è un punto di riferimento incontestabile, perché per me Renato Zero resta pur sempre un uomo, benché “speciale”. Se poi si vuole aggiungere un’altra cosa a quella che mi pare sia un’analisi a tutto tondo della sua personalità, è che se i suoi difetti fanno molto arrabbiare, però delle volte sono anche belli, perché delle volte prende cantonate talmente clamorose… Allora uno pensa: o ci fa, o ci è, o tutt’e due… [risate] Proprio perché è un gran drittone, Renato a volte si dimostra di un’ingenuità disarmante.

Poi c’è il pubblico. Lui lo conosce molto bene, quello più “rumoroso” almeno, sa cosa si aspettano da lui questi fans… e il pubblico, a sua volta, è molto… indulgente nei suoi confronti.

 

 

 

 

23)  Ok. Il rapporto tra l’artista Zero e l’uomo Fiacchini, secondo te?

Che domande! Non lo so. Io mi baso su quello che dice lui... e che sento io. Cioè, secondo me uno non può esistere senza l’altro e ciò vale per tutti gli artisti degni di questo nome. D’altra parte, Renato è un attore della canzone, un commediante e, riallacciandoci al discorso di prima sull’ambiguità, questa parola in greco si traduceva “hypocrites”, ipocrita. Ovviamente non con l’accezione puramente negativa che le conferiamo noi oggi… Certo l’artista sul palcoscenico porta del suo, in quel momento è quel personaggio e sta vivendo (non solo interpretando, vivendo) quella realtà. Fuori dal palcoscenico può essere una persona molto diversa. Mi viene in mente Emily Dickinson, una grandissima poetessa; se tu leggi le sue poesie sembra una donna con un’attività sessuale pazzesca, invece usciva giardino-casa, casa-giardino. Allora le sue erano falsità? No. Cioè, l’arte è una forma di sublimazione, per cui esprimi delle cose che non è detto che nella vita tu compia. Oppure, magari, le fai, ma è il modo di “leggerle” che cambia. Io posso dire, quelle volte che mi è capitato di vederlo o di sentirlo in maniera un po’ attenta e non nei soliti contenitori, che sicuramente lui ha messo sé stesso nei suoi lavori, anche la sua intimità. Zerofobia era Renato, senza dubbio. Anzi se è vero, come è vero, che una sola opera basta a definire un artista, ebbene, lo dico sempre ai nuovi fans, per capire Renato ascoltatevi Zerofobia. A chi si lagna per la presunta fumosità con cui ammanta la sua vita privata, io rispondo sempre che il suo vero “sé” si trova nei dischi, almeno in quelli più riusciti, e non in qualche “rivelazione” confezionata per il rotocalco di turno. Tra i lavori più recenti quelli intimi sono a mio avviso Cattura e, forse di più, La curva dell’angelo, in cui il cantante parlava quasi esclusivamente dei fatti suoi con una sincerità che rasentava l’impudicizia.

Renato è buono, profondamente. E con quel disco era come se ci avesse fatto leggere alcune pagine del suo diario segreto, bisognava accostarsi con rispetto a quel disco… che è stato uno dei suoi migliori, anche il tour che ne è seguito era superbo. Se non si sanno cogliere questi segnali…

Lui ha sempre detto di essere molto sincero. Mi ricordo che soprattutto a inizio di carriera, quando parlava del suo travestimento, sosteneva che non si trattava di un fatto puramente teatrale, infatti si abbigliava così anche nella vita. A parte che – questa è un’idea mia – Renato lo farebbe anche adesso, se potesse… [risate] Perché fa parte del suo, gli piace, e non ci sarebbe nulla di male del resto… E comunque il suo era un travestimento funzionale al suo essere artista, non era un fatto estetico, come erroneamente hanno pensato in tanti.

Quindi, sicuramente l’uomo porta in sé qualcosa all’artista, ma forse non viceversa, nel senso che poi, quando le luci si spengono…

 

24)  Interessante. Senti, in questa domanda era implicita un’altra domanda, ossia, il rapporto tra verità e finzione, il suo uso della maschera, quanto ci sia di vero nell’artista Renato Zero…

Quanto c’è di vero…il vero dell’artista Renato Zero, l’ho detto, sono le sue canzoni. Quella mi sembra sia la parte più vera che c’è. Almeno voglio sperare sia rimasta quella.

Il personaggio Renato Zero all’inizio era un tutt’uno. Mi sembra che Renato da un po’ di tempo a questa parte – tranne forse che con l’ultimo disco [Il dono, 2005] –  abbia voluto comunicare di sé soltanto attraverso le sue canzoni.

 

25)  Quindi trovi che ci sia un cambiamento nel Renato Zero degli ultimi dieci anni?

Dieci anni è troppo, perché io ho amato molto il Renato Zero degli anni ‘90. Io li ho sempre chiamati il decennio bianco e oro.

 

26) Bianco e oro.

Perché Renato Zero stava riscoprendo una purezza, un infantilismo, una visione della vita molto casta, molto primigenia, cattolica. Cattolico nel senso di universale. Già Quando non sei più di nessuno, un album a mio avviso involuto, rappresentava l’ultimo tentativo di trovare finalmente un linguaggio nuovo, che avrebbe trovato compimento con l’album immediatamente successivo che –malgrado il titolo [L’imperfetto]  – era invece… perfetto, un lavoro compiuto e maturo, dove Renato Zero aveva re-inventato, per la seconda volta nella sua carriera artistica, un vocabolario originalissimo per porre domande, per guardare dentro di sé. In questo percorso gli hanno giovato, secondo me, tutti quegli anni ingiustamente chiamati oscuri. Ingiustamente perché nel periodo 1986-1989 il personaggio di Renato Zero si era sicuramente appannato, però lui, come artista, diventava sempre più bravo e professionale e quindi, questa esperienza – che poi avevo ricordato anche nel mio ultimo articolo su di lui, Renato Zero uomo contro – è servita per riuscire a leggere molto bene dentro di sé, e dentro la realtà che lo circondava. Quindi, da quel lato, L’imperfetto mi è piaciuto tantissimo, come anche il disco che lo seguì, Sulle tracce dell’imperfetto, cui forse avrei cambiato titolo perché sembra un po’ una coda, sì, capisco l’intima continuità col suo “fratello maggiore”, ma Sulle tracce era un lavoro altrettanto completo e risolto. Va bene, c’era quella canzone super-trascinante, I migliori anni della nostra vita, di cui ci siamo tutti innamorati e che è servita a farlo conoscere a un pubblico più vasto; io trovo ancora adesso che sia assolutamente splendida, anche se sicuramente scritta a tavolino, lui non ne è nemmeno l’autore (e anche di questo del Renato Zero interprete, sarebbe interessante parlare). Qualcuno ha affermato fosse stata scritta per Giorgia, non lo so, però di diritto quella è diventata una sua canzone. Poi non so se tu l’abbia sentita nella versione di Mina…

 

27) No, non l’ho sentita.

La versione di Mina, quando ha pubblicato quell’album…

 

28) Mina canta Zero?

Mina numero Zero, che molti hanno criticato, ma, a parte che Mina è sempre Mina, per carità… secondo me ha saputo capire Renato… Non mi ha sempre convinto nelle interpretazioni, però ha dimostrato di leggere benissimo lo spirito di Renato Zero: ne I migliori anni della nostra vita, certo, ma non solo: è stata strepitosa in Mi vendo (peccato per quel finale-samba che proprio non c’entrava nulla), in Amico che qualcuno ha chiamato canzone-orgasmo, perché effettivamente… non so se tu abbia sentito Amico eseguita da Mina…

 

29) No.

E allora poi te la faccio sentire, perché ha riconsegnato a quella canzone, l’aria molto decadente, sensuale e sofferta che a parer mio le era congeniale. Ha “spogliato” il testo, lo ha svelato: lo ha presentato come un inno all’amicizia, senz’altro, ma non solo. Cos’è poi quest’amicizia? È anche amore, dolore? In Mi vendo la sua voce assume spesso tonalità quasi maschili… Ma per tornare agli anni ’90 di Renato, li ho tanto apprezzati per questa loro ricerca, e anche per una sorta di… martinizzazione (nel senso di Mia Martini) del cantante. Anche a Renato, come già a Mimì, è capitato di eseguire brani non suoi, ma li ha adottati subito e vi ci si è identificato totalmente… li ha vissuti. Rivalutando, fra l’altro, la tanto bistrattata figura dell’interprete puro. Penso sempre a quello splendido brano con una tematica gay, Un altro pianeta, che porta la firma di Mariella Nava; eppure, come si potrebbe dire che non appartiene a Renato? È suo al cento per cento! Quello è il modo in cui Renato Zero parla dell’omosessualità: c’è questa voglia di riscatto, nello stesso tempo questo appellarsi a Dio, questa rivendicazione di… normalità, diciamo, e al tempo stesso una sofferenza, può non piacere a tutti, d’accordo, però lui è così, ragazzi, prendere o lasciare.

Poi è arrivato Amore dopo amore che mi pare sia stato il disco in assoluto che ha venduto più di tutti – questo Il dono non lo so –. Decisamente un lavoro per il grande pubblico, anche se di qualità. Diciamo che mi è sembrato molto vicino alla perfezione formale ma forse un po’ lontano dal coinvolgimento emotivo. Con tutto ciò, vi si trovavano bellissime canzoni; sicuramente molti lo hanno scoperto con questo disco.

 

30)  Per capirci: Amore dopo Amore è il disco in cui si trova la canzone dedicata a Mia Martini? La grande assente?

Esatto. Era il disco di Cercami.

 

31)  Allora, il decennio degli anni ‘90 come decennio bianco e oro.

Sì, bianco per la purezza, per il nitore ecc., e oro perché lì ha dato il meglio di sé, perché splendente, perché mi ricordava l’oro degli stucchi, di un amore molto… non asessuato, che è brutto, ma trasfigurato. Ecco, trasfigurato è la parola giusta.

 

32)  Secondo te il Renato Zero degli anni ‘70 lottava per qualcosa? E per cosa?

Penso lottasse per sé stesso, più che altro per vivere. Non pensava ad altro. No. L’unica cosa che lui voleva fare era cantare. Ritengo che la sua lotta sia stata molto… involontaria, perché spontanea com’è giusto fosse. Lui ha detto quello che provava, che aveva bisogno di dire e di conseguenza è poi diventato il portabandiera di qualcuno. Io sento il bisogno di scrivere, lui sente il bisogno di cantare. È chiaro che ha tirato fuori tutte le sue sensazioni, tutto il suo dolore, ma non credo proprio lui si sia messo a dire “adesso devo scrivere per questi qua”. Forse sbaglio, ma questa è la mia impressione, anche se a noi, zerofolli quindicenni, piaceva molto immaginarlo come una specie di eroe, forte ma al tempo stesso fragile e dolcissimo, da difendere e da cui farsi difendere.

 

33)  Ritieni che Renato Zero trasmettesse comunque dei valori?

Che trasmettesse dei valori l’ho sempre pensato.

 

34)  Fammi qualche esempio di valore.

L’amicizia, sicuramente. Renato Zero ha contribuito molto a fare riscoprire l’amicizia nella nostra società occidentale, che ha smarrito il senso di questo legame così importante. L’amicizia anche nell’amore. Più che l’amore. Riguardo all’amore propriamente detto, certamente sì, ma in senso universale e non tanto, o non solo, l’amore tra uomo e donna, anche perché sono poche le canzoni esclusivamente eterosessuali di Renato Zero... Lo sono tanto di amicizia e quindi è chiaro che sia così. Ma è un’amicizia veramente profonda, ricordo certe sue confessioni in un programma del bravo Giovanni Anversa: “Se rinascessi, sarei donna”. Di là dalle facili battute, facili e fuori luogo perché era una trasmissione serissima, mica La Vita in Diretta… penso fosse molto sincero, lui apprezza e si rispecchia nel genio femminile, la violenza e la prevaricazione gli fanno orrore. E questa è pure la differenza tra uomini femminili e uomini effeminati, per me anche De André era così, femminile, se poi volesse rinascere donna non lo so, credo di no [risate], ma, ecco, credo di essermi spiegata. E poi, un’altra cosa importante, la solidarietà, che d’altro canto va di pari passo con l’amicizia e l’amore.

Sostanzialmente sono questi, perché poi non è che di valori ce ne siano tanti nella vita, ne bastano due o tre…

 

35)  Alcuni attribuiscono a Renato Zero il valore dell’onestà e della sincerità.

Lo è nel senso che ho detto prima, in maniera molto sfaccettata. È chiaro che se io lo volessi descrivere a uno sconosciuto, direi che è un artista sincero. Una volta dei miei amici mi chiesero: “Possiamo fidarci di Renato Zero?” e io senza esitare risposi di sì. Adesso lo direi ancora… ma con riserva. Ho visto penare troppa gente.

 

36)  Adesso secondo te il Renato Zero attuale trasmette dei valori?

Probabilmente sì, visto che continua a suscitare grandi passioni. Ma onestamente non so rispondere, anche perché non ho amato l’ultimo album…

 

32) Neanch’io.

Incredibile! Per taluni sembra una bestemmia anche il solo pensarlo…

 

33) Secondo me in questo album c'è una canzone che non mi convince....

Quale ?

 

34) America.

Stai bene lì, vuoi dire. e..certo.....

 

35) Perché? Cosa non ti piace dell’ultimo album?

È molto semplice: non mi piacciono le canzoni, le trovo deboli. Chiaro, sono ben suonate e arrangiate ma, ahimè, non posso nemmeno dire siano ben eseguite: la voce non ha guizzi! Non ho provato emozioni… tranne un grande disagio che mi ha reso molto triste.

 

36)  E Mentre aspetto che ritorni, ti piace?

Mentre aspetto che ritorni è ispirata a un episodio vero, occorso a un suo amico… ma, al di là del fatto affettivo (suo), la considero una canzone orecchiabile. In un altro disco – penso a Cattura, dove il brano scelto come singolo [A braccia aperte] non era certo il migliore, ma l’album conteneva dei capolavori, mentre questo no -  ci stava anche bene, ma se deve essere la canzone di punta è un po’ pochino. Ma, probabilmente, ha ragione lui. Ha riscosso un grandissimo successo e questo mi spaventa abbastanza perché la mia impressione è che Renato Zero in questo momento stia pensando a tutt’altro: a Fonopoli, forse a sua nipote, forse semplicemente a sé stesso… e dato che…non so quale versione tu abbia, hai comprato quella dove c’è anche il dvd?

 

37) Sì.

L’hai ascoltato?

 

38) Sì.

Il fatto stesso che Zero abbia sentito il bisogno di spiegare i suoi brani, cosa mai fatta prima, è emblematico, al di là del mero calcolo economico (sono uscite svariate versioni del cd)… Sia come sia, a me è sembrato che all’inizio lui volesse quasi scusarsi, o giustificarsi. Ha esordito con “non ho avuto il tempo questa volta di starmene da solo a scrivere le canzoni”. Traduzione: “mi si comprenda se ‘sto disco non è proprio il massimo”. Questa è la mia idea. Magari non è vero niente, ma io ho avuto la sensazione che abbia voluto mettere le mani avanti: se fosse andato male il disco “non c’ho avuto tempo aoh”, siccome è andato bene “mo’ ce sto primo in classifica”, perché poi ogni tanto si atteggia a uomo per tutte le stagioni…

 

39)  Ho letto che questo album lo ha scritto nelle situazioni più disparate: in taxi, piuttosto che al ristorante…

Sì, ma quello può anche essere. Il problema è che non gli è venuta l’ispirazione.

 

40) Infatti, la prima cosa che ho pensato è che questo non fosse un disco ispirato.

Assolutamente. Guarda, se lo scrivi è veramente l’ideale, perché addirittura, sul Forum, avevo letto da parte di alcuni utenti “Renato genio” e altre parole in libertà… e proprio perché ho stima di Renato, e ho stima dei geni, cerco di usare la parola con un po’ di ritegno… pertanto attribuire al Dono qualità superlative che certo non possiede, davvero…

Oltretutto ho trovato vergognoso il comportamento di molti sorcini. Non parlo delle giuste reazioni a commenti maleducati e inutilmente provocatori, che pure non sono mancati, tipo “Disco orribile”, “Ormai è la fine” e via di questo passo. Mi riferisco alle aggressioni verso chiunque esprimesse un civile dissenso. Poi io sono una persona piuttosto collerica, anche se molto paziente, e quando mi sembra di individuare un’ottusità così totale non riesco a trattenermi… non negli scritti, dove resto sempre piuttosto educata anche se spesso puntigliosa, ma nelle relazioni, ogni tanto… magari non te lo dico espressamente, però ti faccio capire che non mi vai. Quindi, sono disposta ad ammettere errori anche miei, ma caratteriali, non certo per quanto ho scritto che, condivisibile o meno, era però del tutto lecito. Secondo me qualche voce critica ogni tanto farebbe un gran bene allo stesso Renato, sia per saggiare le attese del suo pubblico – di tutto il pubblico, non solo degli osannanti a prescindere – sia per migliorarsi sempre come artista, posto che gl’interessi ancora – perché lui lo ha anche detto in un’intervista che ha cercato di proporsi in un altro modo, ma i critici non l’hanno considerato, quindi… –.  Perché davanti a certi fanatismi è giocoforza pigliarsela anche con lui, anche se non ne è direttamente o totalmente responsabile, ma tanto, finché ci sono, meglio blandirli questi idolatri, no? Che poi a livello personale lui non li ami mi sembra evidente, come potrebbe accettare uno che in ogni momento non sa dirgli altro che “sei eccezionale, divino, superbo, dài dimmi che mi vuoi bene, voglio stare a casa tua, voglio andare nelle tue mutande”? Ma poi prende il sopravvento lo Zero manager che si rivolge ai “clienti” dicendo: “va bene, tu vuoi che io faccia così, e io ti accontento. A un determinato prezzo, naturalmente”.

Certo che qualche volta potresti pure pensa’ un po’ a me… intendo al fan degli esordi, che forse non ti considera un dio, che ha imparato proprio da te il dovere del dissenso, però ti segue da una vita come un cucciolo fedele… E per quello dicevo di quei dischi degli anni ‘90, non si trattava dell’inizio di carriera ma erano eccelsi a livello qualitativo. Il Renato ri-nato a parer mio ha raggiunto il picco con Cattura che io ho definito lo Zerofobia del 2000, altro che Il dono… È un capitolo fondamentale nella vita artistica di Renato Zero. Molti brani sono indimenticabili, ma quello che mi piace di più – può sembrarti strano -  è Figlio, il pezzo decisamente più autobiografico, visto che tutti ne conoscono il destinatario [Roberto Anselmi]. Io letteralmente a-do-ro quella canzone, adoro quella canzone. Adoro dove è stata collocata; perché non è per niente retorica… come ha detto Renato, e io non posso che sottoscrivere c’è (ci sarebbe!) poco da dire, è amore puro.

Prima di tutto trovo che nessuna parola sia di troppo. E ogni vocabolo è molto semplice, molto dosato proprio perché preso dal cuore. Poi viene descritto, o meglio accennato, questo rapporto… quando dice “io sarò tuo amico” Renato è così vero, così dolce. Torna anche qui, in versione “paterna”, il suo animo paritario… quanto mi piace ‘sta parola… [risate] Credo non sia un caso il fatto che si trovi dopo Naturalmente strano e prima de L’altra sponda, anzi, è significativo al massimo. Era un messaggio fortissimo: il fatto di mostrare che una persona single, per di più abbastanza apertamente gay (o comunque percepita come tale), si sappia dimostrare un ottimo padre, anche se “strano” – in tutte le accezioni possibili -, crea un effetto molto dirompente, ben più di tanti vani discorsi.

Poi amo moltissimo Naturalmente strano, che io ho chiamato il capolavoro dell’ossimoro, soprattutto quando parla di sé come uomo tenero… io l’avevo definito proprio così, tre anni prima.  E il verso “son di me l’altra metà” vale tutta la canzone.

Ce ne sono molte altre, Vizi e desideri, C’è fame purtroppo mai eseguita dal vivo, ma anche l’introduzione Prendimi è “tosta”, mi dispiace che qualcuno la ballicchi quasi fosse un ameno motivetto. E arriviamo alla famosa Magari, già ribattezzata – secondo me sbagliando – la nuova Cercami. Rispetto a quest’ultima mi sembra molto più sincera, e poi quello che mi piace della visione dell’amore di Renato Zero è che lui non dà mai niente per scontato, è umile. Da una parte è come se dicesse “io non merito questo amore e mi arriva lo stesso” e dall’altra vede l’amore come una specie di miracolo, di epifania, ed è anche per questo che ti parlavo del bianco e oro – anche se, nel complesso, Cattura è un disco notturno, “metropolitano”, proprio come il suo antenato Zerofobia - . Sai, nelle canzoni l’amore lo banalizzi con una estrema facilità; invece lui è quasi sempre riuscito a non banalizzarlo e in quella canzone lo si percepiva chiaramente. Quanto invece all’Altra sponda, ha deluso molti. E anch’io la trovo bruttina, oltretutto Renato fatica pure a cantarla, perché è un registro inadatto a lui… eppure la difendo.

Ricordo l’assurda critica di Platinette: il termine “altra sponda” – sentenziò -  equivale a “invertito”, è antiquato e altamente offensivo, usato al più dagli ignoranti e dai razzisti. Oggi si dice “gay”, c’informò, lasciando chiaramente intendere che la visione di Zero era superata, che il cantante non conosceva l’auto-coscienza gay e il movimento ecc. ecc. ecc. (tanto ci pensa lei, con le sue esibizioni nel circo di Costanzo, a tenere alta la bandiera dei diritti…). Grazie mille! A parte il fatto che anche il gruppo del Guado (gay credenti di Milano), persone coltissime e impegnatissime, ha deciso di chiamarsi così “proprio perché ci definiscono ‘quelli dell’altra sponda’”… a parte ciò, dicevo, Platinette non si è resa conto che Renato quella parola l’ha utilizzata di proposito, così come, in Un altro pianeta, era ricorso all’immagine – non priva di poesia – del “cielo invertito”. Penso anch’io che il vocabolo inglese, con la ricca simbologia che lo sottende, sia abbastanza estraneo all’universo culturale di Zero (lo fece anche capire, durante un incontro con alcuni di noi molti anni fa), ma qui il discorso è profondamente diverso. Renato detesta gli eufemismi – forse è per questo che la canzone Onda gay, del 1980, gli riuscì così male -, e ha piena consapevolezza del fatto che, malgrado gli indubbi progressi ottenuti, l’atteggiamento della maggioranza della popolazione verso gli omosessuali resta ostile e discriminatorio. Non è da escludere sia rimasto negativamente impressionato anche dal rinascente e aggressivo conservatorismo della classe politica italiana, della Chiesa ecc. Insomma – mi sembra abbia voluto dire – tu ora, rispettabile uomo della strada, hai imparato a dire “gay”, ma in fondo continui a pensare: “froci”. E allora io rivendico il diritto alla “frociaggine”, anche se mi fa male – e pure le bellissime parole che introducono l’album esprimono concetti simili -.  Io mi approprio del tuo insulto, e lo trasformo nel mio tratto distintivo, anzi, me ne vanto! È, in parte, lo stesso discorso delle donne che si definiscono orgogliosamente “lesbiche”. Come del resto il nome Zero: gli dicevano sei uno zero. Questo è il vero e unico coming out di Renato, questo è il suo modo di affrontare un tema che lo interessa, anche se spesso lo imbarazza, o lo turba, o viene da lui astutamente sfruttato. Si pone domande sui significati ultimi, sull’uomo, non sulle battaglie del momento… Certo, può non piacere il suo appello finale a un giudice extra-umano, taluni lo vedono come segno di passività e di compromesso. Lo sarà anche, ma forse, parafrasando Manzoni, questi “barricaderi” vorrebbero uno Zero ideale, che peraltro non mancherebbero di criticare ugualmente, e io non so che dire: se lo fabbrichino. Quello è così.

Nel momento in cui è uscita, L’altra sponda era pertanto indispensabile, di là dal risultato finale. Poi qualcosa è cambiato, Renato Zero ha deciso di cantare la felicità. Lodevole e, anch’esso, controcorrente. In effetti sarebbe giusto scoprire la poesia della quotidianità. Un mio studente dell’istituto professionale, mi rivolse l’intelligente domanda: “ma perché ‘sti cantanti cantano sempre robe tristi e mai che ne so, la felicità?”.  Perché, perché… Lo sappiamo, “alla gente piace”, come usa dire. E si dice pure: quando sei felice non hai bisogno di scrivere niente. Ma è anche un luogo comune. Descrivere l’ineffabile è indubbiamente più complicato. Per esempio col mio migliore amico spesso non devo nemmeno parlare… il linguaggio è spesso così povero… ma ci si deve provare, almeno ogni tanto. Secondo me Renato Zero in questo caso, cioè nell’ultimo disco, non ce l’ha fatta: doveva pubblicare qualcosa per contratto, e l’ha un po’ buttata lì. Un’occasione mancata.

 

41)  Chi è un fan?

Che ne so, ma fan di Zero?

 

42)  In generale e fan di Zero.

I fan sono gli adoratori del fanum, come sai…

 

43)  Riformuliamo: ti senti una fan di Renato Zero in questo caso?

Mi sento una fan di Renato Zero.

 

44)  Perché?

Perché lo amo! E lo stimo, lo considero ritengo un grande artista. Ed è molto, molto intelligente. Dal momento che... la stima sembra un sentimento freddo, invece io non riesco ad amare una persona senza stimarla. E l’artista, per come la vedo io, lo puoi solo amare. Io “amo” miei autori preferiti, quindi sono una loro “fan”. Pasolini, io lo amo. Non dico che tutto quello che ha scritto sia giusto, però ti posso assicurare che quando ho qualche dubbio, vado a rileggere quello che scriveva lui. Allo stesso modo riascolto Renato Zero, e non solo nei momenti di tristezza. È questo l’effetto che mi fa Renato Zero in confronto ad altri artisti, pure bravissimi.

 

45)  Secondo te fan è diverso da sorcino?

Vedi, adesso che “sorcino” è un vocabolo entrato nella Treccani, bisogna stare attenti a parlare… [risate] Scherzo, però per me sì, esistono differenze. Tu sai come è nata la leggenda dei sorcini, no?... Bene. Ma in teoria non avrei problemi. Una volta ero molto più intransigente, pretendevo mi si definisse zerofolle, zeromane, tutto ma non “sorcina”. Il termine è nato nell’estate 1980 come vezzeggiativo affettuoso, significa topolino, ciccino. Nella variante “sorcetto” l’ho trovato anche in Pasolini, alcuni amici romani mi hanno informata che ora è un po’ in disuso. Ad ogni modo non l’ho mai amato molto, sia perché lo trovo un po’ ridicolo, sia perché è una parola che si può capire appieno soltanto a Roma, sia perché, ed è la cosa più importante, presso certi fans della prima ora sta a indicare il tipico seguace coi paraocchi, conservatore per non dire reazionario, che legge poco e sbraita molto.

Ormai la gente identifica il fan di Zero col sorcino. Così mi capita spesso, quando rivelo a qualcuno la mia passione, di sentirmi dire: “allora sei una sorcina!”. Ed è chiaro che, in quel caso, mica sto a sottilizzare, rispondo di sì e tanti saluti. Se poi si approfondisce il discorso, allora cerco di spiegare la differenza… per me. Si trattasse di un semplice gusto estetico potrei sorvolare, ma poiché così non è…

 

46)  Per capire: è legato a un fatto generazionale?

Non necessariamente. Lo ribadisco, ho conosciuto persone giovanissime e del tutto ragionevoli, carine e gentili, che magari si definivano “sorcini” ma erano zerofolli al cento per cento. E, al contrario, sedicenti zerofolli che si comportavano come il più invasato dei sorcini. Il confine non è così rigido!

 

47)  Non mi è ancora chiara la differenza tra sorcini e fan. Per capire: il sorcino è quello che idealizza troppo Renato Zero, per cui non è in grado di criticarlo, mentre il fan è quello che sa mantenere anche un certo distacco?

Sì, grosso modo è così. Per me, naturalmente.

 

48)  Per i sorcini allora Renato Zero può essere un mito e per i fan no?

Esatto.

 

49)  E per te va meglio il termine zerofolli?

Pur coi distinguo di cui sopra… zerofolle è un termine al quale sono molto affezionata. Ma ancor di più sono affezionata a “Daniela”. E a Perla Rossa, che è il mio ormai noto pseudonimo. [risate]

 

50)  E tra voi zerofolli, parlate di queste differenze?

Ne parliamo sì… a volte aleggia un certo clima da reduci, da carbonari, perché si ha l’impressione di esser tenuti un po’ ai margini… ma poi si va avanti, e per quanto mi concerne, non essendo una nostalgica, penso si debba sempre affrontare il futuro, e aspettarlo con curiosità.

 

51) Il primo concerto di Renato Zero cui assistesti?

Il 3 agosto 1978, al mitico teatro Ariston di Sanremo, quello del Festival.

 

52)  Quanti anni avevi?

13 anni ½, dovevo farne 14, li compio a ottobre.

 

53)  Chi ti portò a quel concerto?

Mia nonna. Dovevo andarci con la mia amica e così è stato, però ci ha accompagnate lei, perché eravamo piccole.

 

54)  Tua nonna.

Sì, è stato il suo ultimo regalo. Lei morì quando io avevo 19 anni, però già nel ‘79 cominciò ad avere problemi di deambulazione, quindi voglio ricordare la mia nonna Santina, da qualsiasi parte si trovi adesso, proprio perché ha voluto farmi questo regalo: portarmi a vedere Renato Zero.

 

55)  E lei che opinione aveva di Renato Zero?

Mia nonna era molto ingenua; era nata nel 1901 appunto a Sanremo, aveva una sorella gemella. Noi, cioè i miei genitori hanno la casa a Sanremo e io ancor oggi, alla fine di ogni vacanza, li vado a trovare. Dunque, mia zia, che è sempre vissuta a Sanremo, città provinciale pur se bellissima, in un contesto molto chiuso, aveva amiche prostitute, aveva un amico gay. Mia nonna, che per motivi di lavoro era stata costretta a trasferirsi a Milano ed era venuta in contatto con svariati personaggi, non poteva sentir parlare dei gay; mia zia è stata spostata felicemente ma ammetteva il divorzio, la convivenza e quant’altro; mia nonna, a parte che all’inizio non voleva nemmeno sposarsi, ma difendeva a spada tratta il matrimonio e il suo è durato un anno. Il divorzio era per lei una cosa contro natura e lei avrebbe voluto divorziare dopo 8 giorni. Ha abortito. Insomma, ne ha fatte veramente di tutti i colori, ma non per ipocrisia, cioè sì, non era ipocrisia voluta, non è che fosse falsa, soffriva di un’educazione molto rigida da cui non era riuscita a liberarsi. Nei fatti, però, si è sacrificata per tutti e per me aveva un occhio di riguardo.

Renato Zero, in quel periodo, faceva paura a tutti. Lei niente, lei lo adorava. Quindi, nonostante la sua impostazione, lei Renato Zero l’ha accettato tranquillamente. Al concerto si lamentò, certo, come del resto le capitava molto spesso, ma non a causa delle pose di Renato, quanto per gli… altoparlanti! In effetti, erano un po’ altini… ricordo le maledizioni che gli lanciava “Madonna comm el vusa quest chii [come grida questo qui], “era meglio la Pizzi. [risate] Del travestimento, degli sculettii, delle provocazioni di Renato non gliene fregava niente. Anzi era rimasta colpita dalla sua umanità dopo averlo visto a Piccolo slam, lo spettacolo musicale pomeridiano condotto da  con Stefania Rotolo (grande amica del Nostro), la cui figlia, Federica detta Jasmine, ora viene fatta esibire nell’ultimo show di Renato… perché lui ha quest’abitudine molto… samaritana, di aiutare gli amici e la loro eventuale prole, e questo è bellissimo, ma perché dobbiamo sorbirceli noi poveri fans, soprattutto se non ci sembrano artisti così eccelsi? Vabbè… [sospiro; risatina]

Dicevo di Renato e della sua partecipazione a Piccolo slam… fu molto bravo, dopo una superba interpretazione de Il cielo gli cadde addosso un immenso manto di stelle e lui era profondamente commosso. Quindi intavolò un fervorino, chissà, sarà stato pure un pizzico retorico ma allora lo sentivamo così vero e autentico, e ci fece letteralmente sciogliere… “a questi figli – disse –  non comprate tanti dischi, ciò che conta è l’affetto…”. E mia nonna commentò: “Si vede che lui non deve averne avuto mica tanto” e subito dopo nacque la leggenda di questo ragazzo un po’ incompreso… Mi sembra che nei confronti dei suoi genitori lui sia sempre stato estremamente affettuoso, anche nelle difficoltà che senza dubbio non sono mancate… Chiunque, penso, avrebbe avuto dei problemi con un figlio simile, anche a scuola. Io, e qui parlo da insegnante, avrei incontrato enormi difficoltà con un giovincello del suo stampo, che come scolaro era sicuramente molto mediocre, però, conoscendomi assai bene… all’inizio avrei cercato di domarlo, senza peraltro voler soffocare le sue aspirazioni artistiche, poi naturalmente non ci sarei riuscita… e alla fine sarei scappata con lui! Ecco perché l’avrei temuto, perché mi avrebbe fatto perdere il lavoro! [risate]

 

56)  Hai avuto modo di vedere o di partecipare a Zerolandia, cioè entrare nel famoso tendone?

No, nel tendone no, lo spettacolo che vidi era egualmente sotto la tenda, non più Zerolandia ma già il preludio di Tregua. Il tendone si chiamava Zerolandia, ma il primo spettacolo che vide la luce lì sotto fu EroZero. Zerolandia era un disco che presentò nei teatri, fra cui il già citato Ariston. Un evento indimenticabile. Zerolandia uscì nel settembre ‘78, anzi, ti posso dire esattamente quando, perché ho il diario [prende il diario] ecco, «2 settembre, i miei mi hanno regalato Zerolandia», probabilmente era uscito alla fine di agosto di quell’anno. Il 3 agosto eseguì brani di Zerofobia e di Trapezio, ma soprattutto quelli nuovi, bellissimi. Poi Renato scendeva tra il pubblico, scherzava con noi, faceva battutacce, baciava e abbracciava uomini e donne (me compresa), l’apoteosi del godimento!

 

57)  La prima volta che lo incontrasti non in concerto?

Recentemente. Quand’ero ragazza ero molto stupida, come tanti penso. Figurati che ai tempi di Zerolandia ebbi la possibilità di poter entrare in camerino; stavo con l’amica di cui sopra e con la nonna: la mia amica ci entrò, riuscendo anche a farsi autografare il pacchetto di sigarette (ma a Renato mentì dicendo che appartenevano a un fantomatico zio, perché non voleva il Nostro sapesse che lei fumava… e Renato le aveva chiesto: “Vabbè ma nun poteva entra’ pure ‘o zio???”) [risate] , io rimasi fuori accampando scuse cretine circa la mia dignità ecc. ecc. Adesso, che della dignità me ne strafrego [risate], mi ci butterei a pesce, ma allora, sai… Poi l’ho visto nel 1980 quando è venuto qui a Milano, alle Varesine. Che poi è stato abbastanza triste quel periodo lì, perché a un certo punto ha interrotto la tournée per la era morte di suo padre e quindi è andato via. Ma l’atmosfera in generale era strana e triste, anche il disco, Tregua, era piuttosto sofferto, Renato voleva fare un po’ di cose, in parte cambiare, mah… Poi, per un po’ io non l’ho visto più, di proposito. Cominciavo ad essere infastidita dalla sovraesposizione del personaggio e dicevo “ma questo non è più il Renato Zero che conoscevo”, quindi “non ti seguo più”. Ma due fatti decisivi determinarono la mia scelta. Nel 1981 Renato Zero si esibì al Castello Sforzesco di Milano. In realtà non si trattava di un concerto suo: lui apparteneva a un cast di trenta artisti che cantavano in playback due canzoni a testa. L’iniziativa era stata organizzata da Vittorio Salvetti e si intitolava Super concerto d’estate. Io non volevo parteciparvi, sia perché con Renato attraversavo, come detto, un periodo di “stanca”, sia perché non mi sono mai piaciute le manifestazioni di Salvetti, i Festivalbar ecc. Ma lo feci – così cercai di giustificarmi – per accompagnare mia cugina, che allora stravedeva per Ron il quale presenziava anch’egli al concerto. Ripensandoci devo ammettere che, malgrado la forte crisi e delusione per Renato, continuavo a essergli affezionata e in fondo non avrei sopportato l’idea che fosse a Milano senza che io lo vedessi.

Poi però accadde una cosa orrenda, perì una povera ragazza di nome Tiziana Canesi. Ed era una fan di Renato. Lui stette molto male per quel fatto, i giornali lo massacrarono, scrissero che una ragazza aveva perso la vita durante un suo concerto

 

58)  Perché?

Perché, malgrado lo spettacolo fosse organizzato nel modo che ti ho detto, il 90% della gente era lì per Renato Zero (compresa la sottoscritta, naturalmente). Inoltre in quegli anni Renato era sempre sotto l’occhio dei riflettori, quasi ogni settimana uscivano gossip su di lui, logicamente l’attenzione era alle stelle…

Lui, ripeto, soffrì molto, e comprensibilmente, ma allora, di fronte a una ragazza morta, poco m’importava delle sue ragioni. In più avevo visto tutta quella massa informe di gente appesa ai riflettori… pecore impazzite, con le gambe penzoloni che gridavano “Renato”, “sei il nostro dio” e altre cose assurde. Circolavano magliette riproducenti la faccia di Renato Zero con a fianco una sorta di croce… ero sbalordita. Esclamai:  “Che è questa cosa? Cristo? Non esiste proprio” e giunsi a chiedermi se fossero quelli i “sorcini” e cosa diamine c’entrassi io con loro. Il mio risentimento nacque da lì.

Dell’allora “sicurezza” del Comune di Milano, meglio non parlare. Come animali, ci hanno trattato. Mi sembra di ricordare, ma potrei sbagliarmi, che la ragazza fosse caduta prima dell’inizio dello show, a un certo punto, c’era ancora luce, si udì un tonfo…

 

59)  Era caduta dalle gradinate?

No, non dalle gradinate, ma da impalcature messe su senza un minimo di criterio. Si trovavano lontano, sulla destra rispetto alla mia posizione. D’un tratto si sentì un grosso rumore e tutti si voltarono allarmati, ma poi la “sicurezza” cercò di tranquillizzarci dicendo che “non era successo niente”. The show must go on. Solo che poi hanno cominciato questo spettacolo in un’atmosfera surreale, perché la gente era molto agitata, volavano lattine, bottigliette… Finalmente arrivò Zero cantando Galeotto fu il canotto e forse Più su, ma ero troppo nervosa e preoccupata per apprezzarlo. I ricordi, qui, diventano molto confusi… ma ciò che mi diede il colpo di grazia fu il notare, due o tre file dietro di me, un ragazzo che si guardava attorno maneggiando un coltello a serramanico, con tutta l’aria di volerlo utilizzare. A quel punto non ci vidi più e sbottai che intendevo andarmene al più presto. Mia cugina era anch’essa turbata, ma nicchiava, perché Ron non era ancora salito sul palco.  Ma io le ribadii a brutto muso la mia volontà e se lei desiderava restare, si accomodasse: “Ma la coltellata nella schiena, io, non me la piglio”.  Chiaramente lei fu costretta a seguirmi… poi è successo tutto il caos.

Il secondo fatto che mi “raffreddò” nei confronti di Renato fu il dramma occorso a una mia carissima amica. Anche lei era sua fan, anzi, ci eravamo conosciute ancora tramite “Nuovo Sound” – stavolta l’annuncio l’aveva messo lei – e abitava a Sanremo… capisci perché tenessi a lei in modo particolare. Avevamo trascorso insieme delle splendide giornate, tra canzoni di Renato, grandi risate, scorrerie nei grandi magazzini e mezze “rapine” di tute di lurex, le stesse che allora il Nostro indossava, ragazzotti strambi e “coatti” che venivano da Roma al mare portandosi dietro un solo, misero asciugamano… e si parlava anche, di rivoluzione, di un mondo che avremmo cambiato, oplà, mancava poco ormai. La stimavo moltissimo, la vedevo molto più intelligente di me… eppure, un giorno mi sentii dire proprio da lei: “Daniela, ho scoperto che Renato canta per i soldi”. E dov’era il problema, ribattei. Non mi sembrava davvero tutta ‘sta gran scoperta. Invece lei no, lei, che mi sembrava così inarrivabile, andò in crisi, cominciò a drogarsi… È evidente che aveva problemi personali, e che Renato era un semplice pretesto, ma a 15 anni non lo capivo, e poi… e poi, per quanto Zero potesse piacermi, non ho mai approvato, nemmeno da ragazzina, l’idolatria nei suoi confronti, e nei confronti di chiunque. Mi è sempre sembrata un’idiozia colossale, e credo che chi se ne lascia travolgere non abbia, comunque, degli ideali più elevati cui far riferimento… e ciò valeva anche per la mia amica, malgrado tutta la sua intelligenza e i suoi genitori “apertissimi, sinistrissimi, coltissimi” – e, logicamente, altoborghesi. In seguito ci separammo senza un perché (non a causa della sua tramontata zerofollia, si capisce): per la verità non avevamo più nulla da dirci, quel comportamento mi aveva molto delusa e avevo, tutto sommato, perso la stima nei suoi confronti. Ma, tornando a quei momenti…  sua madre le aveva scoperto la roba in casa e l’aveva segregata, io telefonavo e la signora mi sottoponeva a estenuanti interrogatori perché non credeva fossi io… Poi, un giorno, la mia amica mi comunicò l’intenzione di fuggire da casa. Io cercai di sconsigliarla, ma non ci fu nulla da fare e lei scappò. Quindi sua madre mi richiamò piangendo, “oggi I. non è tornata a casa…”. Fino a quel momento avevo nascosto il tutto ai miei, ma da quell’istante non potei più farlo: e andò male anche a me. Quando I. fu rintracciata ero costretta a vederla di nascosto perché i miei non si fidavano più a farmi uscire con lei. E insomma… io, guardandola, non potevo evitare di ricollegarla a Renato… con tutto ciò che ne conseguiva.

E poi, appunto, Renato si atteggiava a santone, si concedeva a “Novella 2000” e ci ammanniva predicozzi contro la droga… e io che vivevo da vicino quell’esperienza, lo sentivo retorico, fasullo. Per di più le canzoni cominciavano a non soddisfarmi… e aggiungi i mutamenti dovuti all’età: in fondo, quando avevo scoperto Renato ero poco più di una bambina. Per certi versi lui è stato una sorta di mamma e, a 16 anni, le mamme si contestano. Gli scrissi allora una lettera – sempre tramite il famoso “Nuovo Sound” – dove per la prima volta, memore anche di ciò cui avevo assistito al  Castello Sforzesco, ribadivo con forza il mio non voler essere sorcina: “e spero – continuai -  che Renato Zero la smetta di fare il predicatore in Rolls Royce, perché rischia di sparire molto presto”. Sono stata dura, se vuoi anche impertinente – l’impertinenza dovuta all’età – ma non maleducata, non lo sono stata mai… per iscritto [risate]. Ma mi consolai, perché in buona compagnia: anche Leopoldo Mastelloni, vecchio amico del Nostro, e alcuni seri giornalisti musicali (fra tutti Aldo Bagli, ex di “Nuovo Sound” e tra i suoi primi ammiratori, che nel 1982 lo avrebbe stroncato in un velenoso articolo su “Music”), avevano espresso più o meno gli stessi timori e attese. E non sbagliavo, perché in effetti dopo un paio d’anni Renato perdette una bella fetta di pubblico… proprio i più scalmanati e ultrà, ovviamente. Ma al momento, ti lascio immaginare le reazioni dei sorcini alla mia missiva. Non una replica urbana e intelligente, a parte un tal Giampiero Pinna che voglio ricordare perché almeno è stato cortese. Gli altri nomi, purtroppo, li ho scordati, da un lato mi dispiace perché li sputtanerei volentieri… ma in fondo chi se ne importa, per me possono andare all’inferno. Se li ho dimenticati è proprio perché non li calcolo a livello individuale… Comunque, per farti capire la ricchezza delle loro argomentazioni,  una tizia qualificatasi come radiologa mi ha graziosamente detto che avevo la “bocca piena di m…”, che “non sapevo con chi c… prendermela e allora attaccavo ‘quel povero ragazzo’”, che “i miei cantanti” (era il periodo in cui mi ero avvicinata a Lou Reed, Iggy Pop, Brian Eno, Sun Ra ecc.) “erano tutti una banda di drogati” – eccola lì, la sorcina che, se avesse dovuto seguire il verbo del suo idolo, si sarebbe dovuta dimostrare amorevole con gli emarginati! -, e concludeva, perfida: “Non ti preoccupare se è in crisi, sta’ tranquilla che ci pensiamo noi”. Si sentiva parte di una casta privilegiata, una sorta di amante che doveva difendere il suo signore. Un’altra – deve essere stata una leghista al contrario, ante litteram – mi ha scritto “A Renato quando è venuto a Milano gli hanno sfasciato la macchina, perché i milanesi odiano i romani e noi romani odiamo voi milanesi”. Testuale. Perché poi, non va dimenticato, il loro italiano era da ospizio. Le interessavano le macchine di Renato, e per quella ragazza uccisa nemmeno una parola.

Da lì in poi dissi basta, anche perché Renato Zero partecipò a Fantastico 3 e non mi piacque, perciò non vedevo il motivo di continuare a seguirlo. Zero in seguito pubblicò tre album a mio parere da dimenticare, Calore, Leoni si nasce e Identikit. Soprattutto con Leoni si nasce Renato toccò il punto più basso della sua carriera (se escludiamo il brano Per non essere così). Lui attraversava evidentissime difficoltà psicologiche e lavorative (gli avevano chiuso il tendone, i sorcini che “dovevano difenderlo da gente come me” avevano seguito altri idoli, in particolare Vasco Rossi). Le apparizioni televisive, poi, mi mettevano molta tristezza. Anche se non mi piacevano i suoi ultimi lavori, non sopportavo di vederlo così. Nemmeno in quella situazione potevo sostituirlo con qualcun altro. Era sempre il “mio” Renato, l’uomo che amavo [sorriso], anche se in quegli anni ero stata costretta ad allontanarmi da lui. Peraltro ciò mi servì ad ampliare notevolmente la mia conoscenza della musica moderna, perché scoprii molti validissimi artisti. Ma Renato continuava a rimanere “altro”, pur se “nascosto” dentro di me.

Nel 1986 ho ripreso a seguirlo e mi sono gradualmente riavvicinata a lui. E sono arrivata fino a oggi. E l’ho anche incontrato, ma siamo già nei ’90… a parte una parentesi del 1984 che non voglio ricordare. Poi, naturalmente, il raduno ufficiale coi fans del 2003, a cui non ne sono seguiti altri, purtroppo.

 

60)  In che modo lo hai incontrato, per esempio, aspettandolo fuori da un albergo?

Le poste sotto l’albergo risalgono a periodi recentissimi: precisamente dal 2002. Ma non sempre e con discrezione. L’ho avvicinato quando è venuto a Milano a presentare L’imperfetto, infatti ho il suo disco autografato, con dedica…

 

61)  Ricordi l’anno?

1994: ha presentato l’album al Virgin Megastore.

 

62)  Sei riuscita ad entrare?

Sì, ho fatto una fila immensa ma ce l’ho fatta.

 

63)  E chi riusciva a entrare aveva la possibilità di porgli domande e di stringergli la mano?

Più che altro di baciarlo e di stringergli la mano, per le domande era un po’ difficile, perché non potevamo sostare molto in sua compagnia… molti gli avevano portato dei regalini... Io gli consegnai una mia lettera, ma anche in quel caso mi feci travolgere dall’imbarazzo. Lui educatamente mi ringraziò e mi baciò.

 

64)  Eri emozionata?

Sì, un casino, proprio per quello ero così rigida, perché io quando sono molto emozionata assumo, o forse assumevo, un atteggiamento distaccato che qualcuno scambia per freddezza. Invece vinsi le mie paure quando lui venne al “Corriere”. Lì… mi sono piaciuta! Ho fatto un exploit degno di me, mi sono proprio alzata, presentata e qualificata “logorroica”… “proprio come te, Renato!” dissi… [risate] Sostanzialmente gli ho chiesto quale posto avesse per lui la canzone nella cultura popolare. Mi parve felice di questa domanda. Eravamo in diretta radio, anche il Forum era collegato e seguiva l’evento minuto per minuto, commentando sia i nostri quesiti, sia le repliche del cantante. Molti giudicarono come al solito “incomprensibile” la risposta che Renato mi fornì. In realtà a me piacque molto, fu profonda ed esaustiva. Certo, la prosa lambiccata è una sua caratteristica da sempre, l’eloquio torrenziale, parte da Adamo ed Eva… ma, se si ha la pazienza di seguirlo e di “decifrarlo”, il risultato è soddisfacente. Del resto fra chiacchieroni ci s’intende… anche se io ho imparato il dono della sintesi per esigenze lavorative, e lui no! [risate]  Insomma ha esordito con una riflessione sullo stato attuale del teatro italiano che proprio non mi sembrava di avergli chiesto… ma poi spiegò che lui, da ragazzo, notava che anche nei teatri tradizionali c’era spazio per la novità e non solo per il repertorio classico: perché allora si dava maggior sfogo alla creatività, e non esisteva il monopolio dello spettacolo, la sua industrializzazione… in effetti, se ci pensi, un’espressione come “industria dello spettacolo” è abbastanza agghiacciante. Renato quindi ricordò di aver scoperto Guccini proprio a teatro. Oggi non sarebbe più possibile, aggiunse, e le piccole realtà, magari anche interessanti, sono soffocate sul nascere. Lui difendeva questa commistione, questo sincretismo tra le varie forme d’arte che il teatro avrebbe potuto valorizzare. E anche la canzone rientrava in quest’ottica, è una forma d’arte popolare che ha la stessa dignità di altre ma che non è considerata tale, mentre una volta, a parer suo, c’era meno snobismo, perché anche i teatri fornivano qualche opportunità agli emergenti.

E poi, negli anni ’70, c’era più fermento, più interesse per le nuove proposte.

Mi piacque da morire quando ricordò che 1) è sempre trasgressivo; 2) la guerra è una cosa brutta, “da maschi”; 3) il pensiero unico uccide la creatività; 4) ogni volta sul palco è come la prima… ed era sincero, ma lui sa essere ugualmente molto sicuro, molto vero, molto virile. Sì!

Renato era tranquillo e divertente, come quando, a una domanda invero abbastanza assurda, dapprima cercò di abbozzare una risposta, poi se ne uscì con un: “…ma che cazzo vuol dire?!?”, che, fra l’altro, era lo stesso che avevo pensato io! Difatti cosa si può replicare a chi ti chiede: “Se non fossi Renato Zero, cosa penseresti di Renato Zero?”. A parte che sembra un gioco di parole, uno è quello che è, e basta. Io ero con un amico che mi aveva fatto sedere in posizione a suo dire “strategica” perché era certo che Renato sarebbe passato proprio davanti a noi… e infatti uscì dal lato esattamente opposto! [risate] Però eravamo molto vicini lo stesso, all’uscita riuscii a picchiare discretamente sul finestrino della macchina, lui era seduto dietro con Mariano, mentre Roberto e Giorgio [rispettivamente amico, figlio e autista del cantante] stavano ai primi posti, ma il mio amico era più vicino e si è “beccato” uno smagliante sorrisone! Un’altra volta, credo nel 1995, lo “scovai” al Parco Lambro dove era intervenuto (per breve tempo) in occasione del compleanno di don Mazzi. Lo sapevamo in pochi. Era una serata novembrina, brumosissima, e lui si presentò con una maglietta nera tutta traforata; appena giunto  – portava ancora i capelli lunghi – esclamò, sgranando gli occhi: ”so’ partito da Roma cor sole e mo’ ‘arivo’ qui…” [gesto che mima il freddo]. Capirai, nel mese di novembre a Milano! [risate] Anche in quell’occasione fu molto simpatico e cordiale. Ricordo anche Clericetti, umorista di “Avvenire”, don Mazzi ovviamente, e poi un giovane e affascinante pianista che eseguì un brano classico… perfetto. Renato si fermò a parlare con una ragazza sulla sedia a rotelle e con una suora: aveva l’aria materna, partecipe e accorata (la suora gli aveva chiesto della madre, che allora stava molto male). Poi se ne andò, in anticipo rispetto agli altri.

 

65)  Ok. Ti faccio ancora due domande…

Poi basta, però…

 

66)  Basta poi. Ma sai che sono stanca anch’io? Perché è impegnativo, ti sto seguendo. Comunque, due domande. Sei iscritta a Zenzero fan club? Da quanto tempo?

Dal 2001-2002.

 

67)  Privilegi dell’essere iscritto a Zenzero?

Arriva il giornalino “Gravità Zero”, si entra prima nei concerti…

 

68)  Altri privilegi in termini di accesso a Renato Zero ce ne sono?

Poi ci dovrebbe essere un raduno, ma è dal 2003 che non se ne fanno più. Ne ignoro i motivi.

 

69)  A questo proposito, l’ultima domanda che ti volevo fare è questa: secondo te, l’essere fan è più un’esperienza individuale o collettiva, come qualcosa da condividere?

No, all’inizio per me è stato qualcosa da condividere. Adesso no, adesso forse è un po’ più individuale nel senso che, per carità, è sempre bello ritrovarsi con gli amici, infatti io, appena posso, cerco di conoscere i miei interlocutori. Ma adesso non ho bisogno di “supporti”, anzi, delle volte preferisco trovarmi “da sola con Renato”, vale a dire… coi suoi dischi. [sorriso]

 

70)  Forse è anche un discorso di bisogni legati all’età evolutiva.

Ah, è chiaro, a 15 anni vuoi il gruppo.

 

71)  E adesso comunque quando ti capita, non so, ai concerti con gli altri zerofolli, ti trovi?

Naturalmente, ma non solo ai concerti: ripeto che li vedo volentieri, attraverso il Forum poi ho conosciuto persone che si sono rivelate amiche autentiche, ma adesso, ripeto, lo faccio per puro piacere, e perché non sopporto l’idea di comunicare con un monitor. Intendo: la realtà virtuale non m’interessa, il computer è uno strumento che sfrutto molto perché ha una sua grande utilità, però resta un mezzo, non un fine. Ho bisogno di sapere chi c’è dietro quello schermo.

 

72) Allora, io chiuderei qui. Mi hai dato un sacco di lavoro da fare…

Non ne ho il minimo dubbio! Col grande Renato (e con Daniela) è sempre così… [risate]

 

 

 

L’intervista si è svolta a casa di Daniela, a Bresso (Milano), l’11 marzo 2006; è durata circa tre ore.

C’è stata una pausa pranzo nel corso della quale abbiamo consumato insieme una pizza.

Daniela mi ha inviato indicazioni preziose di link e articoli a cui accedere.